Per un centrodestra radicato nella comunità e nel territorio

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“Siamo rappresentanti del territorio ed eletti negli enti locali che sentono necessaria e urgente una rigenerazione della politica, nei contenuti, nei modelli antropologici e nelle forme aggregative.

Al termine del ciclo politico della seconda Repubblica si è prodotto un grande vuoto che allontana i cittadini dalle forme organizzate della partecipazione politica ed istituzionale, amplificando tutte le derive dell’individualismo, del consumismo, della società “liquida” e “impersonale”.

In questo vuoto sono cresciute molte piante malate: l’antipolitica, l’autoreferenzialità e i privilegi della “casta” politica, la conflittualità tra i diversi centri di potere, la criminalità organizzata e l’illegalità diffusa. C’è una crescente perdita di sovranità e di responsabilità – ovvero di capacità e di possibilità effettiva di prendere decisioni – non solo dello Stato-nazione verso i poteri trasnazionali, ma anche all’interno della nostra comunità nazionale.

La conseguenza più immediata e visibile di questa situazione è l’incapacità di affrontare la crisi economico-sociale che sta producendo un progressivo impoverimento del nostro popolo, con l’azzeramento del ceto medio, la distruzione del tessuto imprenditoriale e la crescita preoccupante della disoccupazione. Non è un caso che nessun attore politico, sociale ed economico sembra avere programmi credibili e risorse adeguate per fronteggiare questa crisi.

L’area politica maggiormente colpita da questi fenomeni è quella del centrodestra, intendendo con questo termine la rappresentazione di tutti coloro (anche di chi oggi si attarda a definirsi ambiguamente di “centro”) che non si ritrovano nei valori e negli schemi ideologici del “pensiero unico” progressista. Infatti l’astensionismo colpisce soprattutto questa area, i cui percorsi di trasformazione – anche a causa del pesante attacco giudiziario a Silvio Berlusconi – sono molto più travagliati ed incerti di quelli del centrosinistra.

In questa situazione – nonostante la superiorità numerica del centrodestra sul centrosinistra che appare nei sondaggi – le derive possibili sono due: il permanere indefinito di questo stato di instabilità, oppure l’affermarsi egemonico e dirigista di un sistema di potere di sinistra. Tutto dipende dallo spazio elettorale che continuerà ad essere bloccato nell’atteggiamento impolitico del Movimento 5 Stelle: come dimostrano le elezioni a doppio turno dei Comuni, quando viene meno la presenza dei “grillini” il polo di centrosinistra finisce per prevalere nettamente su quello di centrodestra.

Noi non crediamo che l’unica strada che il “centrodestra” può percorrere sia quella di attendere una nuova operazione calata dall’alto, un nuovo “federatore” in grado di ricomporre le disperse anime e di richiamare gli elettori astensionisti di quello che fino a cinque anni fa era lo schieramento in grado di rappresentare la maggioranza degli italiani. Il miracolo fatto da Silvio Berlusconi nel 1994 non è facilmente ripetibile da altri e comunque, per l’assenza di un partito di destra popolare radicato nel territorio, non potrebbe contare su quella presenza capillare che in quel periodo fu offerta al centrodestra da Alleanza Nazionale.

Crediamo che ci sia un altro progetto da perseguire: quello di una aggregazione dalla base, dalla comunità e dal territorio, che dia vita ad una nuova componente del centrodestra, diversa e potenzialmente complementare rispetto a quella oggi rappresentata dal Popolo della Libertà, in procinto di evolvere verso un ritorno a Forza Italia. E’ evidente, peraltro, che la scelta di Silvio Berlusconi per questo ritorno prevede implicitamente la nascita di un centrodestra fondato su più partiti, in grado di offrire una più articolata proposta di programma politico, di rappresentanza sociale e di forma organizzativa.

Di fronte a questa sfida, la risposta più adeguata non è quella di creare un partito caratterizzato da una più netta ed enfatizzata collocazione a destra. Se questo fosse il problema, le molte sigle elettorali oggi esistenti alla destra del PdL avrebbero già intercettato almeno una parte dei tantissimi voti rifluiti dal centrodestra verso l’astensionismo. D’altra parte già a Fiuggi Alleanza Nazionale era nata come un partito di centrodestra che raccoglieva non soltanto il mondo militante del Msi, ma esponenti cattolici, liberali e conservatori. Un partito che, nei suoi momenti migliori, è stato nettamente prevalente su Forza Italia a Roma e in molte aree del centro-sud, dove il blocco sociale di riferimento del centrodestra era ed è meno coinvolto dal modello del “partito liberale di massa” offerto dalla propaganda forzista.

La debolezza, anche organizzativa, dell’attuale centrodestra deriva dalla prevalente matrice individualista della sua proposta politico-culturale, dove le aggregazioni sociali trovano sempre meno rappresentanza e capacità di espressione.  Per questo, oggi serve un “polo comunitario” in cui i valori e i programmi si basino innanzitutto sul principio di realtà: siano incarnati da chi li rappresenta e possano incidere concretamente nella vita quotidiana delle persone, delle famiglie e del popolo italiano. Un partito dove chi proviene o si colloca a destra abbia pari dignità rispetto a coloro che provengono da altre esperienze politiche, ma che non limiti alla “destra” il proprio linguaggio e la propria offerta politico-culturale.

Queste sono le caratteristiche principali della proposta politica che deve crescere all’interno del centrodestra:

  1. Abbiamo bisogno di un movimento politico che incarni in modo autentico ed  esemplare i valori della democrazia e della partecipazione, sottoponendo ogni decisione su incarichi e programmi a trasparenti processi di democrazia interna, attraverso congressi, primarie e referendum “online”. Democrazia e autorità, merito e partecipazione, possono e debbono convivere: nessun progetto di riforme istituzionali è credibile se non viene prima praticato all’interno dei movimenti politici che se ne fanno portatori. Un movimento organizzato che sia presente in ogni contesto territoriale e sociale e che sappia orientare ed educare il proprio elettorato e la propria base, a cominciare dai giovani, senza limitarsi ad inseguire le correnti di opinione e le spinte populiste del momento.
  2. Devono emergere persone che testimonino nella loro vita quotidiana il rapporto con la gente e l’appartenenza alla comunità. La classe dirigente deve essere esempio, rifiutando visibilmente i simboli del lusso e i privilegi della “casta”, in un momento in cui troppe famiglie sprofondano nella povertà. La trasparenza delle forme di finanziamento dell’attività politica e della vita personale deve prevenire qualsiasi rischio di illegalità e di spreco di risorse pubbliche. Il rifiuto dei “doppi incarichi” e della continuazione automatica dei mandati parlamentari non può non essere determinante in questo senso.
  3. I programmi devono essere quelli che discendono da una cultura comunitaria,  che dia una lettura profonda e moderna di valori fondanti come quelli della famiglia, della patria, del radicamento nel territorio e della partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. Solo una cultura comunitaria consente l’applicazione corretta del principio di sussidiarietà, non come esasperato federalismo che disarticola le istituzioni, ma come protagonismo reale delle famiglie, delle associazioni e delle imprese. Questa è la “terza via” tra statalismo e liberismo che permette di ridimensionare l’intervento della mano pubblica nella vita economica e sociale, senza cadere nel “laisser faire” liberista e nel darwinismo sociale.
  4. A sua volta la premessa della cultura comunitaria è il rispetto rigoroso dei valori non negoziabili della persona umana. Il valore della vita, dal concepimento alla morte naturale, dalla lotta alla denatalità alla difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, è la condizione indispensabile per la promozione della dignità umana e per offrire una speranza alla nostra comunità nazionale. Il valore della libertà garantisce il carattere non oppressivo di qualsiasi processo di integrazione sociale e comunitaria, la possibilità di creare percorsi formativi che rispettino le scelte delle famiglie e la creatività delle giovani generazioni, ridimensionando quel “rischio educativo” che spezza il rapporto fra le generazioni. Soprattutto ai giovani, che in numero sempre crescente emigrano in altri paesi per trovare futuro e lavoro, dobbiamo offrire radicamento nell’identità nazionale e strumenti culturali per competere e affermarsi come persone inserite nella propria comunità.
  5. Occorre ritrovare il “senso dello Stato”, la sua autorità, il valore della legge e dell’ordine, che si traducono nel rispetto della legalità e della sicurezza dei cittadini. Abbiamo bisogno di una Giustizia dove la certezza della pena trovi un equilibrio con le garanzie per l’imputato, con la celerità e l’efficienza della macchina giudiziaria. Uno Stato efficiente, autorevole, non invadente, è il naturale punto di riferimento per i diritti del cittadino, per la crescita della società civile, per superare la conflittualità tra i poteri e gli eccessi di un federalismo che ha disarticolato il rapporto tra centro e periferia.
  6. Il principale vettore di raccolta del consenso e di impegno programmatico deve essere quello di una autentica ed efficace risposta alla crisi economica e sociale. Oggi questa risposta non si trova nelle agende di riforme ispirate, a destra come a sinistra, al pensiero unico del politically correct: è necessaria una critica profonda e realistica – che nessuno oggi ha il coraggio o la capacità di fare – ai processi di globalizzazione in atto. Questa critica deve portare a tre conseguenze politiche e programmatiche. La prima è una forte ripresa della sovranità politica ed economica dello Stato-Nazione rispetto ai condizionamenti sovranazionali e nei confronti dei centri di potere visibili o occulti che stanno distruggendo la comunità nazionale. Senza sovranità non esiste democrazia e assunzione di responsabilità della classe dirigente nei confronti del popolo. Non è più ammissibile sacrificare l’interesse nazionale alle aperture indiscriminate del commercio internazionale e ai vincoli dell’integrazione europea. Non si può lasciare ancora mano libera allo strapotere delle burocrazie, delle lobby economiche e alle dispendiose autonomie delle diverse istituzioni centrali e periferiche. La seconda conseguenza programmatica è una politica industriale ed economica ispirata ad un modello di sviluppo duale fondato sulla nostra identità nazionale. E’ necessario creare un’effettiva armonia tra due tendenze che oggi si muovono in modo conflittuale: da un lato la produzione manifatturiera di qualità del Made in Italy in campo industriale e agroalimentare; dall’altro lato la valorizzazione turistica, ambientale e culturale della nostra terra. Queste due vocazioni sono entrate in conflitto, non solo nei casi limite dell’Ilva di Taranto e della Tav in Val di Susa, ma in tutte le scelte di sviluppo del territorio, generando paralisi industriale e problemi occupazionali, devastazioni del paesaggio, pericoli per la salute e l’ambiente. Eppure proprio la storia millenaria della creatività italiana ha dimostrato che una conciliazione di alto profilo, un’armonia tra produzione e bellezza, non solo è possibile ma è uno dei caratteri preminenti della nostra identità nazionale. La terza conseguenza programmatica è un’effettiva promozione del tessuto delle piccole e medie imprese – vera spina dorsale del sistema produttivo italiano – riducendo l’oppressione delle tasse, l’invadenza della burocrazia, la stretta del sistema creditizio, la rigidità del mercato del lavoro, la concorrenza sleale creata nella globalizzazione dalle delocalizzazioni e dal dumping sociale ed ambientale.
  7. Un’altra bandiera da raccogliere è quella di una rinnovata istanza di equità, giustizia e inclusione sociale. L’impoverimento crescente della maggioranza del popolo italiano, la scomparsa del ceto medio, la crisi finanziaria e operativa del sistema del welfare, non possono non generare una forte reazione etica e solidarista, che è tutt’altro che nemica dello sviluppo economico. La concentrazione della ricchezza in ceti economici sempre più ristretti non genera affatto sviluppo e benessere diffuso, come preconizzava il modello iper-liberista, ma sta paralizzando l’economia reale a tutto vantaggio della ricchezza finanziaria e speculativa. L’economia sociale di mercato, la circolazione e la socializzazione della ricchezza, sono condizioni necessarie per lo sviluppo che debbono essere fatte proprie dal centrodestra nel momento in cui la sinistra ridimensiona la propria vocazione sociale in nome del  pensiero liberal e radical-progressista.
  8. E’ necessario affrontare in modo serio e rigoroso i problemi legati rapporto tra cittadinanza e identità. I flussi migratori sono una conseguenza della globalizzazione, che bisogna governare senza atteggiamenti “buonisti” né chiusure xenofobe. L’immigrazione incontrollata genera problemi oggettivi al popolo italiano, soprattutto ai ceti più deboli, problemi che devono essere affrontati con politiche fondate sul valore dell’identità nazionale e sulla garanzia dei diritti di cittadinanza. Può diventare cittadino della Repubblica italiana chi dimostra non solo di rispettare le leggi del nostro Stato ma anche di amare la nostra Patria, secondo un principio di reciprocità dei diritti e dei doveri che deve essere garantito con fermezza e determinazione.
  9. La Nazione italiana deve ritrovare autorevolezza e autonomia in una Europa dei popoli, liberata da ogni forma di dittatura tecnocratica, capace di un governo politico dell’Euro, dotata di un proprio progetto di sviluppo e di affermazione nel contesto della globalizzazione. L’Italia deve richiamare l’attenzione della politica europea al bacino mediterraneo, dove ancora oggi si giocano partite geopolitiche decisive per l’affermazione dei principi di civiltà, per creare nuovi progetti di sviluppo e per garantire la sicurezza internazionale.

L’Italia ha bisogno di una forza politica che riesca a rappresentare queste istanze. Il centrodestra non tornerà a essere maggioranza nel paese senza questo apporto determinante.

Per questo vogliamo contribuire a creare un’aggregazione politica che, già dall’inizio del prossimo autunno, sia in grado di superare ogni forma di settarismo per offrire una casa comune a tutti coloro che si sentono radicati nei valori identitari e comunitari e che vogliono lottare per salvare l’Italia da un destino di declino.”