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VERITÀ CAPITALE CASTE E SEGRETI DI ROMA

Pubblicato il 29 aprile 2016 da Redazione.

In questo libro Gianni Alemanno ricostruisce i cinque anni della sua amministrazione come Sindaco di Roma dal 2008 al 2013, non come semplice narrazione storica ma come tentativo di analizzare in profondità i mali e i problemi della Capitale d’Italia.

Alemanno ribalta il famoso titolo de L’Espresso “Capitale corrotta, Nazione infetta” con “Nazione depressa, Capitale schiacciata”, per spiegare che Roma più che causa è vittima dello stato di crisi politica, economica e morale dell’Italia. Infatti, secondo l’autore, è impossibile salvare la Capitale senza collegare questa azione a un grande progetto di ricostruzione nazionale, al punto da ipotizzare per il governo di Roma una doppia figura: quella di un Sindaco dotato di più poteri e quella di un Ministro delegato dal Governo ai problemi della Capitale.

Il libro parte inevitabilmente da un’analisi dell’inchiesta “Mafia Capitale”, in cui si evita di entrare dentro la materia processuale ma si analizza il significato politico di un vero e proprio “teorema fascio-mafioso” (ovvero l’esistenza di un legame strutturale tra la destra romana e la criminalità organizzata, fin dai tempi della Banda della Magliana) che i media hanno cercato di sovrapporre a questa inchiesta. Secondo Alemanno questo teorema, costruito sul lavoro giornalistico di Lirio Abbate e di Report, è stato sconfessato dall’inchiesta stessa, che ha portato sul banco degli imputati un 70% di personaggi di sinistra a fronte di un 30% di esponenti della destra.

Allargando la prospettiva, si cerca di analizzare le cause della dilagante corruzione che esiste non solo a Roma ma in ogni parte d’Italia, sottolineando che questo fenomeno è oggi parte integrante del sistema e non una sua semplice degenerazione. Nel libro si spiega che la corruzione è opera più della burocrazia che della politica, a causa dell’abbandono in cui viene tenuta la pubblica amministrazione italiana e dell’impoverimento diffuso dalla crisi economica che moltiplica il numero dei “furbetti”, “disperati” e “avventurieri” che cercano denaro facile.

Sul versante politico l’autore denuncia la destrutturazione dei partiti e la mancanza di una consolidata “cultura della legalità” che provoca l’isolamento e la permeabilità al malaffare degli amministratori di destra e di sinistra. Il centrodestra viene rappresentato come uno schieramento “fragile, contraddittorio, privo di una strategia” incapace di selezionare una classe dirigente coesa e che, in particolare a Roma, non è riuscito – o non ha voluto – sostenere e difendere la prima amministrazione di destra in Campidoglio.

“Ho governato da solo” è il titolo del terzo capitolo in cui Alemanno descrive l’isolamento della sua amministrazione rispetto al mondo del centrodestra e la vera e propria rimozione che questo schieramento ha cercato di fare nei suoi confronti dopo la sconfitta elettorale e l’inizio dell’inchiesta “Mafia Capitale”. Non a caso il libro viene dedicato “a chi mi è rimasto vicino e a chi mi ha voltato le spalle” proprio per sottolineare la divaricazione di atteggiamenti tra chi è riuscito a resistere agli attacchi politici, umani e giudiziari nei confronti dell’ex Sindaco e il lungo elenco di chi invece si è dato precipitosamente alla fuga.

Ma il corpo centrale di “Verità Capitale” è la denuncia delle responsabilità politiche della sinistra romana che ha governato la città quasi ininterrottamente dal 1976. Secondo Alemanno il Pci-Pd è stato un vero e proprio “Partito-Comune” che per trent’anni ha dominato in maniera simbiotica tutti gli apparati burocratici e gli equilibri di potere della Capitale. In particolare, si parla dell’eredità di Walter Veltroni, presentato come un vero e proprio “mago della comunicazione”, capace di trasformare il Campidoglio in un set cinematografico dietro cui, nel momento del cambio della guardia del 2008, si nascondeva il nulla assoluto. Non solo il buco di bilancio di 22,4 miliardi di euro che ha portato alla gestione commissariale del Comune di Roma, ma il completo disastro organizzativo e operativo di tutta la struttura amministrativa della città, tenuta insieme soltanto da un pervasivo controllo politico di sinistra simile a quello delle “Regioni rosse”.

Questo controllo politico salta con l’arrivo della destra in Campidoglio, provocando il definitivo impazzimento di tutte le strutture burocratiche, che perdono ogni freno inibitorio nella correttezza dei comportamenti individuali e nella legalità degli atti amministrativi. Non è certamente la destra a “portare la corruzione in Campidoglio” ma sono le strutture della sinistra che prima alimentano un sistema di potere perverso e poi lo fanno esplodere in una molteplicità di scandali a livello politico e amministrativo.

La sinistra, dal canto suo, perduto il potere politico si rifugia in un’opposizione ostruzionistica e in un accerchiamento mediatico contro l’amministrazione di destra che contribuiscono ad acuire tutte le emergenze della Capitale, paralizzando ogni confronto politico e ogni azione per il bene comune della città. Il “sacrilegio di un uomo di destra in Campidoglio” doveva essere lavato con un attacco politico-giornalistico di una virulenza mai vista prima. In questo modo vengono oscurati tutti i problemi storici della Capitale – risalenti fino alla Breccia di Porta Pia del 1870, secondo la ricostruzione di Alemanno – e tutte le ricadute devastanti della crisi economica cominciata nel 2008, pochi mesi dopo l’insediamento della destra in Campidoglio. Non solo: tutte le emergenze, dalla nevicata del 2012, alla crisi di Ama e Atac, il taglio delle risorse economiche operato dalle Finanziarie e la cancellazione della candidatura olimpica voluta da Mario Monti, per non parlare di scandali come quello di “Parentopoli” (di cui si sono macchiate non solo l’amministrazione di destra ma anche quelle di sinistra), vengono trasformati in strumenti di aggressione politica e di diffamazione contro l’amministrazione Alemanno.

Nelle conclusioni l’autore ammette anche i propri errori, essenzialmente riconducibili all’incapacità di costruire una squadra e un metodo di governo in grado di produrre una totale discontinuità con il passato, ma nel contempo chiede “l’onore delle armi”, perché la sua amministrazione ha rappresentato una “prima isolata avanguardia” del cambiamento necessario a Roma e in Campidoglio.

Della radicale trasformazione di cui c’era – e c’è – bisogno a Roma, Alemanno rivendica la costruzione di quattro passaggi fondamentali: “il ripianamento del debito pregresso, la riforma di Roma Capitale, il Piano strategico di sviluppo e la candidatura alle Olimpiadi del 2020”. Ma l’errore è stato quello di trascurare “una quinta mossa, forse la più importante, sicuramente quella preliminare: la profonda rigenerazione della macchina comunale. Ci siamo lanciati verso obiettivi difficili e impervi con una macchina con le ruote sgonfie e il volante rotto”. A questo, sul piano più personale, Alemanno aggiunge un’altra autocritica: “la strada del cambiamento doveva essere percorsa con una maggiore propensione per la “rottura” e per l’intransigenza”, anche “gettando più spesso sul tavolo le proprie dimissioni” come arma per resistere a pressioni e condizionamenti.

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