IL MESSAGGERO: intervista al sindaco Alemanno

Pubblicato il 07 aprile 2012 da duepuntozero.alemanno.
Non «un successo personale», ma «un riconoscimento per la città atteso per 30 anni» che arriva dopo la delusione della mancata candidatura olimpica. Gianni Alemanno sa di aver ottenuto un traguardo importante, dopo quattro anni di lavoro sul colle capitolino. E il risultato lo porta a stemperare anche le frizioni delle ultime settimane con la Regione Lazio, che dovrà delegare a Roma Capitale i suoi poteri con un atto proprio: «Abbiamo condiviso le perplessità di Renata Polverini, che hanno portato il Governo a fare le ultime correzioni».
Sindaco Alemanno, cosa cambierà per i romani, in concreto?
«Innanzitutto due cose fondamentali: ci saranno meno tasse e più investimenti».
In che modo?
«Il secondo decreto approvato dal Governo prevede che vengano computate a parte le spese che Roma deve affrontare per il suo ruolo di Capitale, che saranno pagate dallo Stato».
Di quali spese si tratta?
«Di capitoli importanti come quelli relativi alle manifestazioni, alle grandi celebrazioni, alla presenza in città delle ambasciate e delle sedi istituzionali, e i rapporti con la Santa Sede. Poi c’è l’aspetto pratico, ancora più importante, dello sblocco degli investimenti».
Negli ultimi mesi, su questo fronte, aveva paventato un blocco totale dei cantieri e delle gradi opere. Adesso cosa cambia?
«Il primo problema in tal senso per i Comuni, e quindi principalmente per Roma, è dato dai criteri troppo rigidi del patto di stabilità, che in pratica paralizzano la capacità di investimento degli enti locali. Adesso, con la riforma, potremo negoziare autonomamente l’entità del patto, anno dopo anno, oltre a discutere direttamente con il Governo dei contributi per Roma Capitale e degli altri fondi destinati alle spese di cui parlavo prima. Inoltre, sono derogate dal patto di stabilità non solo gli investimenti per le metropolitane ma anche quelli relativi ai finanziamenti della vecchia legge di Roma Capitale. Sono mediamente 100 milioni l’anno».
E sulle grandi opere?
«Il decreto prevede la nostra partecipazione alle riunioni del Cipe che riguardano la Capitale, ma anche la realizzazione di un piano triennale per gli investimenti, insieme a Governo e Regione. Quindi ci sarà un tavolo con le Soprintendenze, per velocizzare gli iter necessari alle valorizzazioni e all’avvio dei cantieri dove ci sono scavi archeologici».
Alla vigilia dell’approvazione del Governo è però arrivata la lettera di Renata Polverini, che ha espresso alcune perplessità sul testo licenziato dal Parlamento.
«Abbiamo condiviso le obiezioni della Regione. Nel parere della Bicamerale era stato infatti introdotto un emendamento che dava allo Stato la possibilità di trasferire direttamente fondi regionali a Roma Capitale».
E quale sarebbe stato il problema, per il Campidoglio?
«Sarebbe stata una vera follia, oltre a essere ai limiti dell’incostituzionalità. Penso per esempio ai fondi per il trasporto pubblico locale, per i quali la Regione aggiunge fondi propri a quelli dello Stato. L’emendamento avrebbe tolto alla Regione la gestione complessiva del fondo per il Lazio, ma avrebbe anche tolto soldi a noi».
La Provincia di Roma ha fornito il suo apporto, anche se il progetto di area metropolitana di Nicola Zingaretti è stato accantonato.
«Zingaretti ha condiviso la bontà della riforma. Devo riconoscere a Pd e Udc di ave fornito il loro contributo, anche di proposte. Il decreto è stato infatti approvato da tutte le tre forze principali che sostengono questo Governo. Devo ringraziare, in particolare, i relatori Maurizio Leo e Marco Causi, non a caso due ex assessori capitolini al bilancio. Il testo lascia comunque aperta la porta al progetto di area metropolitana, caro a Zingaretti, che può essere il passo successivo della riforma».
Costantemente contrario è stato, invece, l’atteggiamento della Lega. Che è riuscita quantomeno ad allungare i tempi di approvazione del secondo decreto.
«In questo momento di grande difficoltà per la Lega va riconosciuto che la legge delega, alla base della riforma, era stata approntata da tutte le forze che sostenevano il Governo Berlusconi, con Roberto Calderoli come relatore. Quando poi la Lega è tornata a un atteggiamento populistico e antinazionale, questo ha contribuito a incrinare l’alleanza di centrodestra, che non poteva tenere insieme il sindaco della Capitale con una forza che inneggiava a Roma ladrona. L’opposizione leghista ha reso tutto più difficile, ma l’approvazione finale del decreto sconfigge questo tipo di atteggiamento».
La riforma di Roma Capitale apre anche al nuovo Statuto. Che, tra le altre cose, dovrà prevedere la riduzione da 19 a 15 dei Municipi in cui è divisa la città. In che tempi si potrà completare?
«Ci metteremo subito al lavoro per preparare il nuovo Statuto nell’ultimo anno di consiliatura, prima delle elezioni del 2013. Lo schema più semplice, per i Municipi, prevede l’accorpamento di quelli più piccoli. Ma non escludiamo altre strade: ciò che è sicuro è che ci sarà un confronto molto ampio».
Le novità potranno portare immediati benefici anche per il bilancio di previsione 2012, che si annuncia di lacrime e sangue?
«Questo sarà l’ultimo bilancio con le vecchie regole, poi dal prossimo entreranno in vigore le novità. Con il Governo, comunque, continueremo ad affrontare gli altri problemi molto seri sul tappeto, come quello della liquidità che ci vede creditori rispetto a Governo e Regione di 2,5 miliardi di euro».

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